“Begin again”: senso, suono e trasformazioni della lingua notturna in Finnegans Wake

Con la sua lingua polimorfa, intensamente musicale e onirica, ricca di echi e irradiazioni simultanee, Finnegans Wake mette alla prova in modo estremo ogni teoria e pratica della traduzione. Questo «nat language in any sinse of the world», elaborato dall’autore di Ulysses nel corso di 16 lunghi anni, si fonda su una vera e propria “scrittura dell’orecchio” nei cui percorsi intrecciati e sorprendenti il ruolo del lettore quale produttore di senso è centrale. Accostarsi a Finnegans Wake e all’idea della sua traduzione impossibile in questo seminario significa interrogarsi a fondo sui presupposti del tradurre, sul ruolo e sulla libertà del traduttore in un’opera che chiede al lettore una curiosità enciclopedica associata pur sempre a un abbandono quasi infantile: al fiume dei suoni, ai giochi pirotecnici del senso multiplo che compongono la fluttuante pun machine del testo. Come ha scritto Umberto Eco, l’opera di Joyce chiede al traduttore italiano di far compiere alla lingua un salto prodigioso, arrivando a farle «esprimere ciò che essa prima non sapeva fare».

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