Extra

14 giugno 2021

Intervista a Francesco Costa, autore, giornalista e vicedirettore de Il Post, in occasione del nono incontro di librinudi

 

 

I tuoi libri sugli Usa – Questa è l’America (2020) e Una storia americana (2021) – nascono da una newsletter. È un percorso particolare per un autore. Ci racconti la tua storia di scrittore?

È vero che è un percorso insolito, ma forse non è poi così diverso dai percorsi che nascono dagli articoli pubblicati su un foglio di carta, come è consueto per chi lavora nel giornalismo: sempre di parole scritte parliamo. Il punto è che – un po’ per ragioni anagrafiche, un po’ per scelta – la mia carriera giornalistica si è sviluppata quasi interamente in quelli che una volta si sarebbero definiti “nuovi media”, o comunque in contesti lontani dalla carta: i giornali online, i social network, le newsletter, i podcast. Credo che diventerà consueto vedere scrittori e scrittrici muovere i loro primi passi su media come questi, semplicemente perché il pubblico mostra di apprezzarli sempre di più. Sono contemporanei, ecco. Avevo pensato a lungo alla possibilità di raccontare in un libro il lavoro di viaggi e inchieste sugli Stati Uniti in cui ero stato immerso negli anni precedenti alla scrittura di Questa è l’America, ma non mi ero risolto a farlo davvero finché non ho cominciato a parlarne con Igor, che ha sciolto le mie insicurezze e mi ha indicato la direzione giusta.

 

Consideri i tuoi libri più l’approdo di molte differenti esperienze editoriali o un punto di partenza? Che differenza c’è tra scrivere un libro e scrivere un articolo (a parte, ovviamente, la lunghezza)?

Quello che ho capito, a un certo punto, è che ogni storia deve trovare un suo abito: che ci sono storie che sono un articolo, altre che sono un post, altre che sono una newsletter, altre ancora che sono un podcast, altre che non possono che essere un libro. Anche per questo non ho voluto che i miei libri fossero un collage di cose pubblicate altrove, per quanto a volte riprendano storie che avevo raccontato in altre forme: un libro è un libro, e solo in un libro è possibile trovare il passo, lo spazio necessario per approfondire vicende stratificate e complesse prendendosi tutto il tempo e lo spazio necessario. Sicuramente le altre esperienze mi sono state utili: su tutte gli undici anni di lavoro al Post, dove lavoriamo moltissimo sulla qualità della scrittura. A costo di dire una banalità, mi sembra che il libro richieda una cura straordinaria della scelta delle parole e del ritmo, molto più di quanto accada con contenuti più volatili o multimediali.

 

Un autore che può contare su una community come la tua potrebbe valutare di percorrere la strada del self-publishing. Quali sono invece le ragioni che ti hanno spinto a scegliere di pubblicare con una casa editrice? Quali benefici ha comportato secondo te questa scelta?

Per quanto all’inizio potessi avere dei dubbi sulla possibilità – e soprattutto sulla mia capacità – di scrivere libri, sono sempre stato sicuro che eventualmente lo avrei fatto con una casa editrice. Non ho nulla contro il self-publishing, ma credo che fare un libro richieda professionalità che vanno molto oltre quelle di un autore. È vero che siamo nell’era dell’autoproduzione, ma la sensibilità, la cura e l’esperienza di una casa editrice non sono replicabili, così come il lavoro industriale e di artigianato che sta dietro ogni titolo. Senza una casa editrice i miei libri non sarebbero mai usciti, in prima istanza: sapere di poter contare su quel tipo di supporto è stato determinante nel decidere di scriverli. E se alla fine avessi deciso di scriverne comunque, sono sicuro che il risultato sarebbe stato peggiore.

 

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3 giugno 2021

«Cambiare la visione del mondo e della realtà»

Intervista all’autore Björn Larsson e alla fondatrice di Iperborea Emilia Lodigiani, in occasione dell’ottavo incontro di librinudi

 

 

Come nasce l’intuizione di fondare una casa editrice dedicata alla letteratura nord-europea? Immaginava un tale successo?

Emilia Lodigiani. L’idea è nata da una progressiva scoperta personale della letteratura nordica, prima attraverso il mondo delle saghe e della mitologia, studiando le fonti di J.R.R.Tolkien per un libro che ho scritto per l’editore Mursia, poi i classici del XX secolo, quando vivevo a Parigi e progettavo un analogo “Invito alla lettura” su Karen Blixen, e infine, da semplice frequentatrice curiosa di librerie, alcuni stupefacenti contemporanei che cominciavano a essere conosciuti in Francia. Al ritorno in Italia, nell’86, ho scoperto che i contemporanei non erano pubblicati e i classici erano spariti dal mercato. Mi è sembrato non solo un miracolo avere una tale riserva di meravigliosi autori a “mia disposizione”, ma addirittura un dovere farli conoscere.

Quanto al successo, assolutamente no, non me l’aspettavo, non era neanche una parola del mio vocabolario interiore. Ero però sicurissima che la qualità alla lunga viene riconosciuta e sapevo di avere tra le mani grandi scrittori europei: dovevo solo rendere loro giustizia con la cura di traduzione e pubblicazione e fare il possibile per “venderli”, visto che si erano fidati di me, che non avevo nessuna esperienza in editoria. Ma devo dire che, se la stima e i riconoscimenti non sono mai mancati, il vero successo è degli ultimi anni, quindi non per miei meriti, ma della nuova generazione di iperborei, una squadra di giovani davvero eccezionali.

 

Lei è molto amato dal pubblico italiano, un amore ricambiato, come testimonia Diario di bordo di uno scrittore. Qual è secondo lei la ragione di questo successo in Italia e quale invece il motivo di questo amore corrisposto?

Björn Larsson. A dire la verità, non lo so. Bisognerebbe fare la domanda ai miei lettori. Però forse ha a che fare con il fatto che offro nei miei libri, romanzi e saggi, una maniera diversa di guardare e raccontare la vita da quella che si trova di solito nella letteratura italiana. A giudicare dai messaggi che ricevo dai miei lettori, ho l’impressione di raccontare una possibilità di vita che spesso deve rimanere un sogno per gli italiani. Detto questo, non può essere soltanto una questione di contenuto; anche l’estetica letteraria deve avere la sua importanza, però su questo non posso dire niente di sensato.

 

Come si sceglie, propone e comunica un autore straniero? Ha notato un cambiamento in questi anni nell’accoglienza del pubblico italiano nei confronti di opere straniere? 

Emilia Lodigiani. Nei 34 anni di vita di Iperborea, i metodi di scelta sono ovviamente un po’ cambiati, all’inizio era molto facile: i libri dovevano piacere a me, era l’unico criterio. Adesso le scelte sono fatte da Cristina Gerosa, direttrice editoriale, e Pietro Biancardi, editore, ma i criteri sono gli stessi: ci piacciono i contenuti alti e la bella scrittura, quindi molto selettivi e non sempre facili da trovare. Anche per questo il nostro campo di ricerca si è man mano ampliato sia geograficamente, sia introducendo nuove collane. Ed è cambiata la grafica, quindi la presentazione. Nella comunicazione sono diventati fondamentali i social, non solo per effetto Covid, credo che diventeranno sempre più importanti in futuro. Un altro cambiamento positivo è il rapporto più intenso e diretto con i librai, che restano per noi assolutamente vitali.

Quanto alle opere straniere, l’Italia è sempre stata un paese molto aperto da questo punto di vista: si è sempre tradotto molto, anche storicamente, e non solo gli europei, ma adesso ci sono traduzioni davvero da tutto il mondo. Magari molti autori e aree geografiche restano di nicchia: i lettori forti sono molto curiosi, però purtroppo pochi. Riguardo ai nostri paesi, c’è stato un fortissimo boom dei gialli che hanno occupato per anni le top-list dei best-seller, ormai però in calo. Si va sempre un po’ a ondate, no? Che io però non definirei mode: credo che ci siano momenti in cui la letteratura di un certo paese o di un certo genere arriva a esprimere meglio i temi più impellenti e di maggiore interesse del momento.

 

All’interno della sua produzione si riconoscono tre libri che attingono dalla sua storia o la raccontano. Quest’ultimo in particolare è autobiografico. Che differenza c’è tra scrivere la propria storia e quella di altri? C’è una differenza nel modo in cui ci si immedesima nei personaggi?

Björn Larsson. Le due differenze principali hanno a che fare con la verità da un lato e con la libertà dell’altro. Se io racconto la mia vita o la vita reale di persone che esistono veramente, non ho il diritto di mentire; al contrario, bisogna fare di tutto per raccontare come sono veramente. In questo senso, non ci sono margini di libertà nella narrativa non-finzionale, tranne per che cosa raccontare e che cosa non raccontare o tacere; la difficoltà è scegliere cosa raccontare che potrebbe avere un’importanza per altri oltre a me stesso. Mentre scrivendo un romanzo di finzione e d’immaginazione, la questione della verità non si pone al livello etico, ma a quello della coerenza e del fascino dei personaggi e degli eventi. Nella finzione, la libertà di immaginare è quasi infinta… all’inizio. Una volta che un personaggio comincia a vivere la sua vita, deve rimanere fedele a se stesso, piuttosto che allo scrittore.

 

Le opere di Larsson si muovono tra generi diversi e affrontano tematiche eterogenee. Esiste secondo lei un fil rougeche attraversa la sua produzione e affascina i lettori? Come cambia la comunicazione di libri tanto diversi (penso ad esempio a La vera storia del pirata Long John SilverL’occhio del male e gli ultimi due romanzi, La lettera di Gertrud e Nel nome del figlio) e la risposta del pubblico?

Emilia Lodigiani. I fil rouge che vedo sono più di uno. Prima di tutto la capacità di intuire e affrontare temi destinati a diventare di attualità, a volte esattamente quando il libro esce (e non quindi quando lui comincia a scriverlo), penso al caso éclatante dell’attentato di fondamentalisti islamici nell’Occhio del Male, pubblicato appena prima di quello delle torri gemelle, o la rivelazione di Echelon nel Segreto di Inga, ma anche in senso più vasto, come il tema dell’identità nazionale nel Cerchio Celtico o l’identità personale nella Lettera di Gertrud. Un altro è la fiducia nella letteratura come strumento per cambiare se non il mondo, almeno la visione del mondo e della realtà: è una sua costante rilevare che la narrativa può farci capire che la realtà non è ineluttabile e inamovibile, potrebbe anche essere diversa da quella che è, quindi cambiabile. Anche la propria vita, secondo la testimonianza di vari lettori che l’hanno fatto dopo averlo letto! E poi c’è l’indubbia arte di immaginare e di raccontare: oltre ai temi e ai personaggi, le storie sono sempre avvincenti: chi resiste a una storia avvincente raccontata bene?

 

Lei conosce molto bene la nostra lingua. Partecipa alla traduzione dei suoi libri? Le capita di rileggere il libro tradotto? Secondo lei la traduzione di un libro restituisce esattamente le stesse emozioni, sensazioni, la stessa musicalità, o aggiunge, cambia qualcosa alla percezione del testo? In italiano, ad esempio, la traduzione rimane fedele al testo originale?

Björn Larsson. Per la traduzione in italiano sono fortunato a essere pubblicato da Iperborea, perché fanno un ottimo e rigoroso lavoro sui testi. Finora, quando mi è capitato di rileggere qualche pagina qua e là, ho sempre ritrovato il mio testo originale. Invece, non è possibile dire se la traduzione restituisca “veramente” tutte gli sfumature e le sottigliezze del testo originale; per poter giudicare bisognerebbe essere perfettamente bilingue, cosa che non sono. Però adesso me la cavo sufficientemente bene in italiano per poter rispondere alle domande della traduttrice su punti specifici.

 


 

31 maggio 2021

«Lavorare con lo sguardo»

Intervista a Giulio Mosca e a Tito Faraci, autore e editor di “Clorofilla” (Feltrinelli), in occasione del settimo incontro di librinudi

 

 

Quando inizi a lavorare a una nuova graphic novel parti dalle immagini o dalla storia che vuoi raccontare? 

Giulio Mosca. Assolutamente dalla storia, è un po’ come lavorare ad un film partendo dal soggetto e proseguendo con la stesura della sceneggiatura. A quel punto lavoro allo storyboard, passando da sola scrittura all’unione di immagini sequenziali e parole: il linguaggio del fumetto.

 

Nella tua esperienza di editor qual è il procedimento più comune? Lidea nasce dal disegno o viceversa? 

Tito Faraci. Dipende. Io vado in cerca di autori, parto da quello: da in segno, da una voce. Questo è molto nello spirito di Feltrinelli: editore di autori. Quindi, innanzitutto, c’è stato l’incontro con Giulio Mosca. Quello che ho scorto dentro ai suoi disegni, perfino ai suoi colori. Poi, insieme, siamo andati alla ricerca di una storia. In questo caso, una sfida: raccontare una semplice storia d’amore, che è una cosa paradossalmente difficilissima.

 

Su Instagram conti più di mezzo milione di follower: il rapporto con i social quanto influenza la tua professione e come hai costruito un così ampio seguito? 

Giulio Mosca. Il mio lavoro è strettamente legato ai social poiché essi sono il mio spazio, non solo virtuale, all’interno del quale condivido tutto il mio lavoro, anche quello quotidiano fatto di vignette e brevi strisce. Ho costruito questo seguito in quattro anni di lavoro quotidiano, non ho mai avuto un particolare boom da un giorno all’altro. Questo ha contribuito positivamente nel rapporto con i miei lettori poiché si è creato un legame sincero e duraturo.

 

Il seguito sui social è ormai un fattore determinante nellacquisizione di un autore da parte di una casa editrice che in questo modo si assicura anche un pubblico, una fan-base. Com’è cambiato il ruolo delleditore rispetto a quando hai iniziato?

Tito Faraci. Per me non ha importanza il numero dei follower. Sarebbe tutto più semplice e banale, se così fosse. Ma non funziona in questo modo. Non è detto che un autore con una gigantesca visibilità in rete poi possa funzionare bene anche in un libro. La rete mi dà la possibilità di scorgere talenti, che vanno però riconosciuti e misurati sulla distanza. Bisogna avere un occhio lungo. Quando Feltrinelli Comics, la collana che io curo, ha proposto il primo contratto a Fumettibrutti, aveva poche migliaia di follower.

 

In che cosa consiste e si differenzia il lavoro di un editor di graphic novel rispetto a quello di editor testuale? Ci fai un esempio di un tuo intervento su Clorofilla?

Tito Faraci. Si lavora anche e soprattutto con lo sguardo. Quando guardo i primi layout non leggo nemmeno i testi. Guardo la storia. I fumetti si guardano, sì. Ricordo interventi che ho chiesto a Giulio sugli ambienti, per mostrare il passaggio del tempo, delle stagioni (anche quelle dell’amore), attraverso cambiamenti di scenari, spostamenti di oggetti, di arredi… piante che crescevano, nei vasi.

 

Come avete lavorato insieme? In che cosa lo sguardo delleditor ha migliorato la tua storia o il tuo disegno? Ci fai un esempio di un consiglio che hai accettato?

Giulio Mosca. Lo sguardo di un editor esperto è fondamentale. L’esperienza è necessaria per non incappare in errori ingenui e per avere una visione d’insieme anche se il progetto è ancora in fase embrionale. Tito mi ha aiutato moltissimo nel finale di questa storia ma non posso parlarvene o sarebbe uno spoiler!

 

Si dice “il” graphic novel o “la” graphic novel?

Tito Faraci. Ahahahahah! È un non-problema, per carità! Io uso il femminile, come tanti della mia generazione. Questione di abitudine e di orecchio. Ma ho assistito a discussioni animatissime, sul tema, che mi sono sembrate eccessive e perfino, in qualche modo, fuorvianti.

Giulio Mosca. Fumetto va benissimo!

 


 

22 maggio 2021

Intervista a Gaia Manzini, Giulia Ichino e Beatrice Masini.

“Nessuna parola dice di noi”: l’autrice Gaia Manzini, la direttrice editoriale Beatrice Masini e l’editor Giulia Ichino raccontano il romanzo da poco uscito per Bompiani, in occasione dell’incontro di librinudi

 

 

Il titolo del romanzo, Nessuna parola dice di noi, appare come una negazione di quel che normalmente siamo abituati a pensare, cioè che siano proprio le parole a definirci. Com’è nata l’idea del titolo e che significato ha?

Gaia Manzini: Il titolo di questo libro, almeno nelle fasi di lavorazione, era un altro. In un primo momento, il titolo, per me, avrebbe dovuto legarsi al nome della protagonista: Ada è un nome che abbraccia la nostra tradizione letteraria, ma incontra anche Nabokov, ma soprattutto è un nome palindromo che suggerisce un movimento circolare e questo movimento di ritorno e chiusura del cerchio è quello che compie Ada nell’arco narrativo del mio romanzo. Tuttavia, parlando con Giulia Ichino, ho capito che quel titolo sarebbe risultato parziale, non avrebbe coinvolto gli altri personaggi della storia. È stata proprio Giulia a mettere in luce la centralità delle parole nel testo. Quando un autore lavora per molto tempo su una stessa storia fatica a prenderne distanza, a metterlo nella giusta prospettiva. Trovo che uno degli aspetti più affascinanti del lavoro editoriale sia proprio questo: consegnare il proprio libro a qualcuno di fidato che sappia restituire una prospettiva inedita su quello che si è scritto, e riesca a mostrare all’autore quei sentieri seguiti inconsapevolmente lungo il proprio cammino di scrittura. Nel libro c’è un’espressione sulla quale tornavamo tutti: “il bordo tagliente delle parole”. Ho cominciato a ragionare intorno alle parole, alla loro ambiguità e al rapporto così particolare e indefinibile che Ada ha con Alessio, ma anche con sua figlia.
I figli nascono innanzitutto dentro una narrazione e molto prima che vengano alla luce. Prendono vita nelle nostre proiezioni (come saranno? Quali doti, quali tratti del carattere? Saranno alti o bassi? Estroversi o timidi? Gli piacerà la matematica? E i libri?). Ada non ha conosciuto questo tipo di narrazione nei confronti di sua figlia Claudia, perché Claudia è arrivata troppo presto, in modo traumatico, dentro una specie di afasia. Ada non ha le parole per dirsi come madre neanche dopo nove anni e non conosce neppure le parole che raccontano il suo futuro: le capita di trovare un lavoro, di buttarsi nel mondo, ma saranno gli altri a consegnarle una versione di sé stessa fino a pochi mesi prima inimmaginabile. Non pensava Ada di avere del talento, di essere davvero brava in qualcosa, di poter alzare lo sguardo. Quando incontra Alessio la sua giovinezza ricomincia da capo: si sente diversa, si sente viva, vuole riprendersi tutto quello a cui ha rinunciato dai suoi diciassette anni, quando è diventata madre di Claudia. Non ha bisogno dei confini delle definizioni, vuole nuotare nel mare delle possibilità. Alessio è un collega, è un amico, è omosessuale, ma è anche molto di più, è tutto l’amore che non ha provato fino a quel momento. L’animo è informe, diceva Montale, non esistono parole che ci definiscano e dicano davvero le nostre emozioni: è giusto così, è giusto che ci siano nel nostro animo luoghi evocabili ma non definibili. Le parole ci servono davvero per trovare la nostra collocazione nel mondo: è quello che farà Ada alla fine del suo percorso.

Giulia Ichino: Gaia dice bene, il titolo stava nascosto nel cuore del romanzo, è lì che l’abbiamo trovato e ha subito risuonato con tutta la sua forza. Ada con le parole gioca, le smonta e le rimonta da copywriter professionista. Eppure sperimenta il loro limite, l’impossibilità – a tratti – di esprimere con le parole la complessità profonda dell’esistenza. Ma non si arrende.

La prosa del romanzo è caratterizzata da un linguaggio intenso e particolarmente curato. Com’è stato lavorare a questo testo dalla prospettiva dell’autrice, dell’editor e della direttrice editoriale?

Gaia Manzini: La prima cosa che ho trovato è stata una voce. Era una voce giovane che parlava in prima persona; piena di vibrazioni e incertezze, molto simile alla mia voce da giovane. Ho deciso subito di usare il passato prossimo che è un tempo verbale molto vicino al parlato, capace di regalare alla prosa un sapore contemporaneo. Volevo scrivere una storia che appartenesse all’oggi e che coinvolgesse il lettore attraverso la temperatura emotiva. In questo senso ho cercato la fluidità, prediligendo spesso l’asindeto, evitando le digressioni e le formulazioni letterarie o intellettualistiche, e lavorando moltissimo sull’ellissi e i non detti. Lo stile doveva riflettere la psicologia della protagonista che vive il trauma di una maternità in adolescenza non in modo davvero cosciente, ma muovendosi nel territorio del rimosso.

Giulia Ichino: Tutta la cura delle parole, in questo libro, si deve a Gaia. È stata, anzi, una delle prime cose che abbiamo notato leggendo il libro quando ci è stato proposto per la pubblicazione: erano pagine sicure, sorrette da una lingua fresca ma attentissima, capace di generare chiaroscuri di forte intensità. Il lavoro con Gaia non ha riguardato tanto lo stile quanto la struttura, con lo scopo di aggiungere un paio di pennellate importanti per la pienezza dei personaggi.

Beatrice Masini: Non si può essere in troppi a lavorare su una stessa storia, dunque quando l’editor avvia lo scambio con l’autore è bene farsi indietro e stare a guardare dal bordo del sentiero, lasciando camminare gli altri davanti a sé per raggiungerli poi a lavoro finito. Peraltro la voce, come dice Giulia, c’era, ed è questa la cosa più importante. (Almeno per me, e certo per un libro intimistico, con una protagonista così nitida nei suoi dubbi.)

Qual è la storia dell’immagine di copertina e come siete arrivate a questa scelta?

Gaia Manzini: Appena mi sono arrivate le varie proposte dalla casa editrice ho capito che questa era la copertina perfetta, non solo per l’indubbia eleganza grafica, ma anche perché raccontava visivamente la mia protagonista: una donna che ancora non ha una forma definita, che ancora deve trovare i suoi contorni precisi, il suo posto nel mondo.

Beatrice Masini: La copertina era subito lì, bam, nella prima tornata di proposte fatte da Francesca Zucchi a cui era stato affidato il compito di trovarla. Vista e riconosciuta. Tutti concordi nel dire che era quella giusta, anche l’autrice (spesso si dissente e si discute a lungo sulle copertine, questa volta no), ma come succede quando le cose filano troppo lisce abbiamo scoperto che quell’immagine non si poteva utilizzare. Delusione generale. Allora Zucchi ha chiesto all’artista di realizzarne una apposta per il romanzo, ed eccola qui. Semplice, netta, quasi tagliente come è Ada in certi momenti della sua storia.

La storia di Ada e Claudia racconta di una maternità vissuta con profonda ambivalenza da parte della protagonista, divisa tra l’istinto primordiale di prendersi cura della sua bambina e il desiderio di evadere da una responsabilità soffocante, che le impedisce qualsiasi spontaneità nell’accudimento; in generale e al di là del romanzo, quale pensate che sia oggi la narrazione prevalente di maternità e com’è importante raccontarla? Qual è il ruolo della nonna-tutrice nel romanzo?

Gaia Manzini: La mater familias nel romanzo ha un ruolo contrappositivo, rappresenta un materno tradizionale, incentrato sul dovere e molto poco sull’emotività. Come ogni donna, Ada è chiamata a mettere in discussione il mondo da cui viene per trovare la sua strada attraverso il distacco e poi il ritorno che porta con sé un rinnovamento.
Il tema della maternità è un tema universale che troverà sempre infinite narrazioni. In fondo anche Anna Karenina può essere letto come il romanzo di una madre dimidiata, una eroina divisa tra i propri doveri e i desideri della donna che è risbocciata in lei. Oggi penso a libri importanti come Maternità di Shila Heti, La figlia unica di Guadalupe Nettel, Il lavoro di una vita di Rachel Cusk. La maternità è un luogo di ambivalenze e contraddizioni perché quando nasce un bambino nasce anche una madre, una donna che deve imparare a essere madre, vale a dire a trovare un equilibrio tra la cura e le istanze personali; una donna che deve trovare l’alchimia per integrare il figlio nel proprio percorso identitario. La maternità è una conquista in questo senso. Un tempo si chiedeva (imponeva?) a una donna che partoriva di rinunciare alle proprie ambizioni. Credo che nelle narrazioni di oggi – seppur nella diversità di stili e visioni – prevalga la rivendicazione di un dubbio, l’urgenza di raccontare un disagio. Le donne cercano una realizzazione, “una vocazione” avrebbe detto Natalia Ginzburg, cercano il loro posto nel mondo, a prescindere dai figli. Nella complessità che accogliamo tutti come una ricchezza, perché noi donne dovremmo scegliere? Perché non dovremmo volere tutto?

Giulia Ichino: Il coraggio con cui Gaia mette in scena le ombre e le ambivalenze insite nella relazione tra madri e figlie è una delle maggiori ragioni di forza del romanzo. In Italia abbiamo più che mai bisogno di sentirci raccontare la femminilità e la maternità in modo laico e limpido, e questo romanzo trova le parole per farlo senza chiudersi sull’amarezza e il rancore che a volte accompagnano la narrazione delle maternità difficili, ma anzi aprendosi a improvvisi momenti di tenerezza.

In che modo il rapporto con Alessio aiuta Ada a conoscersi e a riconoscersi, accettando le diverse parti di sé?

Gaia Manzini: Quando siamo giovani accade spesso che rinasciamo dentro le parole degli altri. Sono quelli che ci sanno vedere, che sanno capirci, molto meglio di quanto non facciamo noi stessi. Alessio fa rinascere Ada dentro le sue parole, dentro il suo sguardo. E non solo, Alessio mostra Ada cosa vuol dire prendersi cura di un’altra persona, con piccoli gesti d’affetto, piccole attenzioni, e attraverso il contatto fisico. È qualcosa che lei deve imparare: trovare i gesti che la riconnettano alla propria sfera emotiva. Credo da sempre nel potere taumaturgico dell’amicizia e del contatto fisico. Ada potrà tornare da Claudia, abbracciarla, sentire la reciproca appartenenza solo dopo aver conosciuto Alessio.

“Avrei voluto dirgli che la vita te la porti dentro nella testa e la giovinezza non è qualcosa di immutabile e levigato, creato per rimanere intatto come ci immaginiamo da bambini. La giovinezza si trasforma fino a quando ti accorgi di essere una persona nuova”. Cosa vuole dire Ada al lettore con questo pensiero formulato sul finire del romanzo?

Gaia Manzini: La giovinezza è un percorso pieno di incanto ma anche di sofferenza. Non credo nelle mitizzazioni: l’idea di giovinezza intatta nella memoria come una sorta di età dell’oro. Le esperienze che facciamo da giovani ce le portiamo dietro come un metro per misurare il mondo fin quando non trasformiamo i traumi e le gioie in nutrimento per cambiare, per scegliere la nostra strada e poi guardarci indietro e riconoscerci nuovi, pronti a una seconda vita.

 


 

10 maggio 2021

«Illuminare porzioni di mondo, porzioni di storia»

Intervista a Marco Balzano e a Marco Peano, autore e editor di “Resto qui” e “Quando tornerò” (Einaudi), in occasione del quarto incontro di librinudi

 

 

 

Nei tuoi romanzi la Storia è importante quanto la storia che racconti. Le vicende che racconti potrebbero avvenire in altri periodi storici? Come ricostruisci il contesto? A quali fonti ricorri?

Marco Balzano. Il modo migliore per essere universali non è adoperare “il vago e l’indefinito”, ma ricostruire e raccontare in modo accurato un contesto specifico. Saranno le dinamiche dei personaggi e il piano metaforico delle vicende a creare identificazione anche col lettore estraneo a quell’ambientazione. Le storie che mi affascinano e che scelgo di raccontare mi sembrano evidentemente capaci di parlare al presente e di rendere più complesso e meno stereotipato il nostro sguardo sul mondo e sugli altri. Se nella storia che ho scelto di narrare non individuassi un legame col mio tempo non farei mai la fatica di scriverci un romanzo. La letteratura non è la cronaca e non è l’informazione – è uno spazio molto più ampio e molto più libero – può usare anche il passato per parlare del presente. A patto che quei fatti vengano ricostruiti in modo accurato e credibile per creare non solo immedesimazione, ma conoscenza e emozione in chi li scopre leggendo. Ecco perché scrivere prima di tutto significa per me uscire di casa, incontrare, conoscere, studiare. E solo alla fine prendere carta e penna.

 

Nei romanzi di Balzano la Storia ha un ruolo importante. Cosa comporta nel lavoro dell’editor?

Marco Peano. Sia in “Resto qui” sia in “Quando tornerò”, il mio compito – e quello di Paola Gallo: siamo noi in Einaudi a seguire i libri di Balzano – è stato estremamente facilitato dalle approfondite ricerche sul campo compiute in prima battuta dall’autore. Lui infatti era stato di persona a Curon, o nei paesini al confine fra la Romania e la Moldavia – io non ho mai messo piede in nessuno di questi luoghi –, e mi aveva restituito a voce le impressioni, i ricordi, le considerazioni scaturite da quelle visite: qualcosa che poi è riuscito a far precipitare in maniera miracolosa dentro le sue storie. Per “Quando tornerò” mi sono limitato a domandare a Balzano alcuni aspetti della vita quotidiana di quei Paesi che aveva visto coi suoi occhi, a fare piccole verifiche di grafia o di toponomastica, mentre per “Resto qui” l’autore mi ha riportato le testimonianze di chi c’era all’epoca dei fatti narrati, o la documentazione che gli è servita per non scrivere inesattezze. In entrambi i casi, la grana della Storia (sia essa più o meno recente) è un colore che impreziosisce i suoi romanzi, rendendoli ancora più autentici.

 

Un tema ricorrente nei tuoi libri è l’emigrazione, il rapporto con i luoghi. Perché ti interessa e colpisce così tanto? Che cosa rappresenta per te e che cosa pensi possa rappresentare per i lettori?

Marco Balzano. Come ti dicevo più dei fatti mi interessano le metafore dei fatti. La radice del verbo “migrare” si ricollega al significato di “cambiare”. Per me la migrazione è il legittimo tentativo di ogni individuo di cambiare in meglio la propria sorte, di realizzarsi, di ribellarsi a una serie di costrizioni. Esistono poi dei contesti storici e sociali di cui fatichiamo a prendere coscienza, e questi contesti sono attraversati da migrazioni molto importanti, e per diversi aspetti molto nuove. Raccontarle – come nel caso di “Quando tornerò” e, prima ancora, de “L’ultimo arrivato” – può portare a conoscere delle storie che non ci vengono raccontate o che fatichiamo a mettere a fuoco. E può, soprattutto, farci conoscere delle realtà che ci sono vicine ma che ignoriamo e, magari, a lettura ultimata, farci sentire parti in causa, costringerci a un maggiore esercizio di empatia. In un libro voglio che ci sia il piacere e la scorrevolezza della lettura, ma anche la conoscenza di un mondo.

 

In che modo nei romanzi di Marco Balzano il tema dell’emigrazione e del rapporto con i luoghi di origine è centrale? In che cosa si differenzia il suo modo di svilupparli?  

Marco Peano. Se c’è una cosa che mi affascina ogni volta in cui mi affaccio sulle pagine di un romanzo di Balzano è proprio questa: sa illuminare come pochi porzioni di mondo, porzioni di storia (che spesso abbiamo scelto di non voler guardare o ricordare), e riesce a trovare le parole esatte per restituirle a chi legge. Alla fine l’editor è uno dei primi lettori di un testo, e venire colpiti in pieno petto da vicende così vicine nel tempo o nello spazio, vicende che ti riguardano in modo tanto diretto e che fino a quel momento ignoravi… be’, è un’esperienza davvero notevole. I luoghi di origine sono un brodo primordiale da cui tutti discendiamo, qualcosa con cui prima o poi ci tocca fare i conti: scoprire che da qualche altra parte qualcuno ha provato o sta provando un sentimento simile al tuo, può aiutarti a diventare una persona migliore. Se non serve a questo, la letteratura…

 

Negli ultimi due romanzi hai scelto di porre al centro due personaggi femminili. Ha richiesto un tipo di lavoro differente rispetto alla costruzione dei protagonisti maschili dei libri precedenti?

Marco Balzano. È una domanda che mi è stata fatta molte volte e a cui ho sempre risposto con un certo imbarazzo. Sinceramente no, ha richiesto una difficoltà simile alla costruzione dei personaggi maschili. La difficoltà sta nell’accordare lo strumento: è tutta una questione di intonazione. Una volta che la si intercetta, una volta che la voce risuona, poi tutto scorre. Da questo punto di vista il lavoro dello scrittore ha qualcosa di simile a quello dell’attore: è richiesta la capacità di cambiare pelle, abito, occhi. Insomma, di farsi altro. È un’abilità importante, che come persona spero di conservare e di affinare e che mi auguro che sia specchio della capacità di ascoltare gli altri e di non aver paura del loro modo di vivere e del loro dolore.

 

I protagonisti degli ultimi due romanzi di Marco Balzano sono donne. Avete dovuto fare un lavoro particolare per entrare nei personaggi? Avete avuto dubbi sul fatto che un’azione o un’emozione potessero essere credibili?

Marco Peano. Un’azione o un’emozione possono essere false o poco credibili anche se chi scrive ha lo stesso sesso, la stessa età, la stessa estrazione sociale, persino lo stesso nome e cognome di chi è raccontato sulla pagina – anzi, spesso la coincidenza anagrafica può rappresentare un problema ulteriore. Nel caso degli ultimi due romanzi di Balzano, Trina (la protagonista di “Resto qui”) e Daniela (una delle voci narranti di “Quando tornerò”) hanno intonazioni ben diverse fra loro, ma entrambe sono molto riconoscibili. Nel caso specifico di “Quando tornerò”, una soluzione che mi ha convinto fin da subito adottata dall’autore è stata la moltiplicazione dei punti di vista: il fatto che Manuel, Daniela e Angelica si passino il testimone nel raccontare la loro storia non solo crea profondità, ma permette a chi legge di comprendere meglio – in un gioco di riflessi e sponde – le motivazioni degli altri personaggi.

 

Sia Trina che Daniela decidono di reagire al difficile contesto storico-sociale in cui vivono, pagandone il prezzo. Le storie di resistenza e sacrificio sono più femminili che maschili?

Marco Balzano. La storia è piena di uomini e donne che hanno resistito e si sono sacrificati e, sinceramente, questa contrapposizione di genere applicata a tutto la trovo stancante. Non ci fa bene e non ci aiuta a comprendere. Il mondo è sempre cambiato per delle minoranze ristrette che hanno avuto coraggio e spirito di sacrificio: uomini e donne. Piuttosto va sottolineato che le donne oggi sono in movimento come mai prima nella storia: si spostano, cambiano, hanno una plasticità incredibile, vivono e portano emancipazione. E finalmente rivendicano con più forza i loro diritti. Io mi sento parte di questa battaglia al punto da averci scritto due romanzi, cercando di mettere in luce quanto siano protagoniste del nostro tempo e quanto sia fondamentale per noi conoscere le loro storie in modo da non rimanere impigliati in una visione stereotipata della realtà o in inutili contrapposizioni di genere.

 

Il successo dei libri di Marco Balzano si deve al fatto che le lettrici possano rispecchiarsi nel coraggio e nella capacità di resistere e sacrificarsi delle protagoniste?

Marco Peano. In Italia, lo sappiamo bene, il pubblico femminile rappresenta la maggior parte di chi legge narrativa. Ma sarebbe limitante affermare che sono soltanto (o soprattutto) le lettrici quelle che si rispecchiano in modo particolare nei romanzi di Balzano. Al centro delle sue storie infatti ci sono gli esseri umani, colti in un momento di passaggio, di transizione, di cambiamento: come capita a ciascuno di noi, in periodi diversi della nostra vita. Ecco perché i suoi libri sono così amati, perché affrontano con schiettezza – e insieme profonda empatia – temi universali.

 

Che cosa state leggendo in questo periodo? Ci mandate una foto dei vostri comodini/tavoli pieni di libri?

 


 

30 aprile 2021

“Happydemia”. Raccontare il presente (ed eventualmente riderne)

Mercoledì 5 maggio alle ore 19.00 Giacomo Papi e Laura Cerutti parleranno di “Happydemia” e di “Il censimento dei radical chic”‘.

 

 

 

Ho lavorato con tre editor: con Severino Cesari al primo romanzo, I primi tornarono a nuoto, con Rosella Postorino a I fratelli Kristmas e La compagnia dell’acqua e con Laura Cerutti a Il censimento dei radical chic e Happydemia. E ogni volta è stato diverso, non solo per le persone ma anche perché il testo cambia la relazione. Quello che ho imparato lavorando con tutti – lavorando da editor con scrittori – è che per imparare a scrivere bisogna imparare a leggere, ma che per imparare a leggere quello che hai scritto bisogna fare un passo indietro e guardare da lontano la storia in cui sei immerso. La funzione dell’editor è raddoppiare occhi, orecchie e cervello di chi scrive, ma anche aiutarlo a sdoppiare sé stesso per acquisire una visione complessiva di quello che sta scrivendo. Scrivere è sempre un’attività di relazione. Il genio romantico che crea dal nulla in solitudine è, appunto, un ideale. Chi scrive – anche se scrive da solo, anche se rifiuta di lavorare con un editor – cerca sempre una relazione con i lettori ed è in relazione con i personaggi della sua storia. L’editor è il primo lettore ed è un personaggio, a suo modo, perché può rivendicare coerenza di comportamento se nel testo manca, ma soprattutto è uno specchio in cui chi scrive può guardarsi per decidere in che direzione andare, quali strade prendere e quali abbandonare. Non dà risposte e non indica strade, perché gli specchi non danno risposte e non danno indicazioni. Aiutano a guardarsi in faccia.

Severino Cesari ti portava in un bar e iniziava a leggere ad alta voce quello che avevi scritto, dopo un paio di pagine quando cominciavi ad acquietarti nella vanità, ti sussurrava a tradimento “qui perdi il lettore” e prima che avessi il tempo di ribattere riprendeva a leggere fin quando, magari tre pagine più in là, ti diceva “qui lo riprendi”. Per Cesari solo ascoltando le proprie parole si poteva capirle, riconoscere il suono delle parole e il ritmo delle frasi, si poteva vederle, si poteva diventare davvero lettori di quello che si era scritto. Era il suo metodo, la voce metteva il testo nel mezzo, in uno spazio sospeso tra scrittore ed editor, che si mettevano a disposizione di una storia che non apparteneva più a nessuno, perché era di tutti, si trattava si farla venire a galla. Rosella Postorino è implacabile sulla struttura e sulla coerenza tra le parti, quindi sull’architettura. Il suo metodo, più che sull’ascolto, si basa sul chiedere conto di ogni scelta fino a stanare quello che vuoi dire davvero. Postorino è implacabile non solo sulla struttura, lo è anche sulla carne perché ha un’intuizione speciale per l’aspetto sensoriale della scrittura, sente il corpo dei personaggi e ti spinge a inchiodare la narrazione alle sensazioni che provano.

Con Laura Cerutti ho lavorato ai miei due ultimi libri, Il censimento dei radical chic e Happydemia, di cui parleremo durante l’incontro, che forse sono i più rischiosi perché sono quasi una sfida al presente. Scommettono sul fatto che si possa trasformare in romanzo quello che accade mentre accade, per fare ridere, capire e pensare. Il lavoro non è solo sul testo, è anche sul tempo. Oltre al lavoro sulla trama, sulla lingua, sul ritmo, sui personaggi e sul mondo narrativo, che deve essere paradossale e familiare al contempo, si tratta di cercare di capire e anticipare gli eventi, si tratta di usare il romanzo come schema per raccontare il presente mentre sta accadendo. La narrazione ti costringe alla sintesi, a trasformare in dialoghi condensati e credibili, pensieri che potrebbero diventare saggi a sé stanti, e a mettere alla prova la politica sulle vite concrete dei tuoi personaggi. Il pericolo, come si sa, è dovuto al fatto che il presente cambia di continuo, procede a zig zag e in un istante può fare crollare quello che avevi visto e previsto. Per questo la velocità è fondamentale. Bisogna fare a gara con la storia e scrivere in fretta, senza scalette fisse, con un’attenzione costante alle notizie, perché bisogna essere pronti ad accogliere nel romanzo l’attualità, le parole della politica, le notizie strane e quelle esemplari. Con Laura Cerutti l’editing accade in diretta, capitolo per capitolo o quasi, in un dialogo costante che, se non fosse affrontato con la sua leggerezza e la mia incoscienza, farebbe tremare. Anche Cerutti è implacabile – e se non è convinta gira intorno alla sua preda fin quando cade o si trasforma – ma per fortuna non demorde ridendo.

Giacomo Papi

 

Happydemia. Raccontare il presente (ed eventualmente riderne). Mercoledì 5 maggio alle ore 19.00 con Giacomo Papi e Laura Cerutti.


 

30 aprile 2021

«La dimensione collettiva del raccontar storie»

Intervista a Tommaso De Lorenzis, editor dei primi tre romanzi della serie “Sara” di Maurizio De Giovanni, in occasione del secondo incontro di librinudi. 

 

 

A quando risale il tuo primo incontro con Maurizio de Giovanni?

Leggo Maurizio praticamente da sempre, da quando i primi romanzi del commissario Ricciardi uscivano per Fandango. Ricordo che ai tempi mi colpì l’intuizione di incrociare il genere della ghost story con la grammatica della crime fiction. Introdurre un’istanza narrativa propria del fantastico (“I see dead people”, “Vedo la gente morta” per dirla con una celebre citazione) dentro il perimetro di un filone realistico come quello del romanzo poliziesco era un azzardo coraggiosissimo che non poteva passare inosservato. E infatti i lettori se ne sono accorti. La conoscenza personale con Maurizio, invece, risale al 2017, all’inizio del nostro rapporto di lavoro. Ero appena arrivato in Rizzoli e con Michele Rossi, che allora era il responsabile della Narrativa italiana, avevamo deciso di lanciare una collana di gialli e noir: quella che poi diventerà Nero Rizzoli. Pubblicare de Giovanni con un progetto forte e originale, concepito apposta per la nuova linea, era un sogno. Il sogno cominciò a diventare realtà a Napoli, nel dicembre di quell’anno, durante un pranzo in cui Maurizio ci parlò di Sara Morozzi, la donna invisibile, ex-agente della più riservata agenzia dei Servizi.

Cosa ti ha colpito della sua scrittura?

Maurizio ha un’estensione della scrittura impressionante. Riesce a coprire tutti i toni e i registri, passando con eccezionale disinvoltura dal comico al tragico, dall’action all’introspezione, dalla costruzione della suspense allo sviluppo delle dinamiche sentimentali. Ha una penna che può far tutto e scrivere di tutto rimanendo sempre credibile. Poi possiede una particolare abilità nel disegnare i comprimari. Come un grande film ha bisogno di grandi caratteristi nei ruoli secondari, così un grande romanzo necessita di figure plastiche e a tutto tondo che affianchino i protagonisti. In questo de Giovanni è un vero maestro. Il brigadiere Maione, Bambinella e perfino Boris, il mastodontico Bovaro del Bernese che nella serie di Sara è il quarto elemento del gruppo, sono personaggi irresistibili e memorabili.

Quale aspetto o intervento specifico del tuo editing ritieni abbia influito maggiormente nella realizzazione del prodotto finale?

Credo che nel lavoro di editing conti sempre e soltanto il risultato finale, quella particolare alchimia in cui i segni dei singoli interventi si perdono nell’insieme. L’editor non deve lasciare tracce. Se c’è un problema, spesso la soluzione migliore è alternativa sia a quella presentata dall’autore in prima battuta sia a quella suggerita dal suo sparring partner editoriale. È un’opzione che nasce dal confronto e dal ragionamento condiviso. Vengo dall’underground della Bologna anni Novanta, ho collaborato a lungo con l’atelier di scrittura Wu Ming, confido nella dimensione collettiva del raccontar storie. Forse è il brainstorming l’aspetto su cui mi sento di insistere: la discussione preliminare alla stesura in cui ci si confronta sugli archi narrativi dei personaggi, sulla loro evoluzione drammatica, sullo sviluppo delle cosiddette “linee orizzontali” che in una serie sono elementi imprescindibili.

“Gli occhi di Sara” è il quarto romanzo della serie che vede protagonista la donna invisibile. Quali pro e contro presenta dal tuo punto di vista l’editing di un romanzo che fa parte di una serie?

Una serie ti costringe a immergerti con cadenza annuale in un universo narrativo in cui ritrovi personaggi che finiscono per accompagnarti come se fossero persone in carne e ossa. Li vedi crescere, evolvere, cambiare, sbagliare. È un’esperienza che si protrae nel tempo assorbendoti e sovrapponendosi alla vita reale. Bisogna tenere insieme questo mondo, evitare che non ci siano incongruenze tra un libro e l’altro, avere sempre sotto controllo le backstory – ovvero i trascorsi – dei personaggi. Soprattutto, bisogna capire come sviluppare il to be continued. Nella metrica delle serie un elemento fondamentale è la tecnica del cliffhanger, cioè il taglio, l’interruzione, della storia su un picco tensivo, nel pieno di un colpo di scena o di un momento caratterizzato da forte suspense. Sapiente interprete della narrazione seriale, Maurizio è bravissimo a gestire la progressione delle storie da un volume all’altro.

La struttura di quest’ultimo romanzo ha presentato delle differenze rispetto ai precedenti? 

Gli occhi di Sara è un grande romanzo sul passato. Anzi: sulle imprevedibili conseguenze che il passato continua a determinare nel presente, quasi fosse una sostanza che rilascia i suoi effetti in un tempo lunghissimo. De Giovanni ha evocato il “butterfly effect”, quel principio in virtù del quale impercettibili modificazioni nelle condizioni iniziali producono grandi variazioni al termine della catena degli eventi. È il proverbiale battito d’ali di una farfalla che provoca un uragano all’altro capo del mondo. Ecco, in questo romanzo Maurizio analizza il “butterfly effect” nella vita di Sara Morozzi mettendo in scena il legame invisibile che lega alcuni fatti dei primi anni Novanta all’oggi. “Il destino si scrive all’indietro” è la frase che sintetizza alla perfezione il senso del libro. Questi temi sono resi sulla pagina attraverso la tecnica narrativa del montaggio parallelo che alterna eventi avvenuti in luoghi diversi e in tempi diversi. La gestione di personaggi rappresentati in momenti differenti della loro esistenza è sempre un esercizio complesso, perché si tratta di rendere verosimile quel misto di identità e differenza, di permanenza e cambiamento, che rappresenta l’evolvere degli esseri umani nel tempo. Letto in questi termini, Gli occhi di Sara è un congegno narrativo perfetto che illumina di luce nuova la figura di Sara rilanciandone l’azione.

Curiosità: quale/i libro/i stai leggendo in questo periodo?

La Q di Qomplotto di Wu Ming 1, edito da Edizioni Alegre: un “oggetto narrativo non identificato” che ricostruisce con grande acume il fenomeno di QAnon esplorando l’abisso in cui si formano le “fantasie di complotto”.

Il diritto dei lupi di De Bellis e Fiorillo (Einaudi): un legal thriller che vira verso la commedia grottesca, ambientato nella Roma del primo secolo avanti Cristo, con Marco Tullio Cicerone tra i protagonisti.

E I tuoni di Tommaso Giagni (Ponte alle Grazie) che è molto più di un romanzo sulla periferia. È un libro che a venticinque anni da un film cult come L’odio indaga in modo magistrale i grandi temi dell’identità e dell’appartenenza.

 


 

23 aprile 2021

«Ogni editing è diverso»
Intervista ad Antonella Lattanzi, autrice di “Questo giorno che incombe”, in occasione dell’incontro di lunedì che inaugurerà librinudi, il nuovo ciclo del Laboratorio Formentini.

 

Come nascono i tuoi romanzi? Ti affidi all’ispirazione o segui un metodo?

I miei romanzi nascono da un’idea che mi gira in testa da molto tempo. Non mi è mai successo, appena dopo aver avuto un’idea, di mettermi a scrivere. Credo che, per provare a capire se l’idea è quella giusta, ci sia bisogno di un po’ di tempo. L’idea ti rimane dentro nel tempo? Resiste alle prove di tutte le sollecitazioni cui vieni sottoposto ogni giorno? Permane nel tuo universo emozionale, continua a raccontarti qualcosa? Ti interessa ancora? Ciò detto, anche se un’idea rimane con te per molto tempo, non è detto che poi sia l’idea giusta per un tuo romanzo. Se l’idea è giusta, ahimè, lo capisci davvero almeno dopo le prime cinquanta, sessanta pagine scritte.

Per scrivere seguo diversi percorsi a seconda del libro. Per Una storia nera e Questo giorno che incombe, che contenevano in sé anche una sorta di noir nel primo caso e di thriller psicologico nel secondo, non potevo andare a istinto. Ho scritto prima i punti principali della trama, poi ho agito a livello sempre più microscopico, arrivando a scalettare tutto il romanzo e a segnare in diversi colori le diverse linee dei personaggi e della trama (il thriller, la storia d’amore, il perturbante, la psicosi del mio personaggio principale e così via) e a scrivermi una sorta di scheda per ogni personaggio. Solo dopo questo lunghissimo lavoro, e dopo un lavoro di ricerca – che faccio sempre – su ciò che volevo raccontare, ho iniziato finalmente a scrivere.

Per fortuna, però, la scrittura mi ha dato grandi sorprese. Non sempre la scaletta così come l’avevo pensata era giusta, o funzionava all’interno del carattere e della psicologia dei personaggi che stavo scrivendo. Quindi cancellavo la scaletta e riscalettavo intere parti del libro.
Inoltre, il personaggio della casa parlante non c’era in questo lavoro di pre-scrittura. È venuto fuori scrivendo, e mi ha appassionato moltissimo, mi ha dato grande gioia nella scrittura.

 

Quale ruolo ha giocato l’editing nel passaggio dall’idea iniziale al prodotto finale?

Un ruolo grandissimo. Senza l’editing con Carlo Carabba Questo giorno che incombe non sarebbe lo stesso. Io credo molto nell’editing. Dopo aver lavorato tantissimo, a tu per tu, per anni e anni, al tuo romanzo, tu stesso non sei più lucido. Il lavoro di scrittura ti spinge davvero a una solitudine molto profonda. Io vedo l’editing così: il romanzo come l’hai scritto tu è un palazzo con l’impalcatura. L’editor ti aiuta a riconoscere e rimuovere quell’impalcatura, e a consegnare ai lettori un edificio costruito al suo meglio, senza pesi, senza orpelli inutili.

Con Carlo, poi, abbiamo lavorato in sintonia. Volevamo la stessa cosa da questo libro, lui ha rispettato sia il mio modo di scrivere sia la mia idea di romanzo. Ma abbiamo avuto fortuna: perché il romanzo a cui stavamo lavorando piaceva – spero! – a entrambi. Abbiamo letto più volte tutto il romanzo ad alta voce. L’abbiamo smontato e rimontato. Non ci siamo fermati finché, per noi, non era giunto al suo meglio.

 

Quale intervento di Carabba ritieni sia stato maggiormente importante?

Cinquanta pagine che, alla prima lettura, mi ha consigliato di togliere. Tutte in blocco. Aveva ragione. E lo sguardo sul libro. Mi ha fatto capire delle cose che nemmeno io avevo capito, e quando ho fatto dei cambiamenti grazie a lui, sono convinta che abbiano sempre migliorato il libro.

 

Come e se è cambiato il processo di editing rispetto ai romanzi precedenti?

Ogni editing è diverso. Ma io mi sono sempre trovata molto bene coi miei editor: Rosella Postorino, il grande Severino Cesari, Linda Fava.

 

Come affronti il processo di editing?

Lo vivo come una gioia infinita. E con Carlo anche come un momento pieno di risate.

 


 

4 marzo 2021
Scanzonatissima. L’editing al tempo di Sanremo, una guida alla sopravvivenza

In occasione dell’uscita di The Illustrated Survival Guide – Editors and Publishers (Corraini Edizioni) un momento scanzonatissimo di “live editing” gorgheggiando intorno ai testi delle canzoni del 71°  Festival di Sanremo e per rileggere in filigrana le gioie e i dolori del mestiere dell’editor e dell’editore.

Con Edoardo Brugnatelli (Senior editor Mondadori), Serena Daniele (Editor NN Editore), Pietro Corraini (Editore Corraini Edizioni), Ivan Canu e Giacomo Benelli, autori di The Illustrated Survival Guide – Editors and Publishers.

 

Volete giocare anche voi a fare gli editor?

Qui potete scaricare i testi di alcune canzoni e mettervi subito alla prova.

Potete anche ispirarvi al “live editing” dei nostri ospiti: qui trovate, infatti, i testi delle canzoni già editate.

 

22 ottobre 2020
Premio Babel – Laboratorio Formentini / Matteo Campagnoli e Marta Inversini

 

9 ottobre 2020
PINK. Rappresentazioni femminili e donne graphic designer

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23 ottobre 2019
A lezione col poeta: Maurizio Cucchi

 

29 maggio 2019
Carta dei Valori

 

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