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Booknotes

Benvenuti su LaLaLab, questa è Booknotes, la nuova rubrica bisettimanale che abbiamo deciso di dedicare all’intreccio, non sempre svelato, che spesso esiste fra la musica e la letteratura.

Quanti brani musicali traggono ispirazione da opere letterarie – citandole, riadattandole, trasponendole – e quante di queste contengono al contrario citazioni musicali e suggestioni sonore?
In entrambi i casi l’elenco sarebbe potenzialmente infinito e ricco di sfaccettature, e si dispiegherebbe a partire dai grandi classici fino alla narrativa più contemporanea, dalla musica classica al progressive rock.

Abbiamo aperto questa rubrica musical-letteraria parlando di Bruce Springsteen e del suo undicesimo album The ghost of Tom Joad, ispirato dall’opera di John Steinbeck e dal suo romanzo più celebre, Furore.

Ci risiamo, la seconda puntata di Booknotes è ancora una volta a sfondo americano, e la storia riguarda una band formatasi nel 1965, sull’onda della controcultura statunitense della San Francisco Bay e della West Coast. Fondamentali per la storia della musica popolare americana degli anni 60, sono i Jefferson Airplane i protagonisti di oggi.
Famosi per i continui cambi di formazione i Jefferson Airplane debuttano il 13 agosto 1965 al Matrix Club di San Francisco, registrano il primo LP nel marzo del 1966 con la voce di Signe Toly Anderson, ma è ad ottobre dello stesso anno che si annota un momento fondamentale per l’evoluzione musicale del gruppo: l’arrivo di Grace Slick, già in precedenza vocalist di The Great Society, altro gruppo della scena californiana di quegli anni.
Con il suo ingresso nella band Grace porta in dote due canzoni fondamentali che entrano a far parte del secondo LP registrato dai Jeffersono Airplane nel febbraio del 1967, un attimo prima del Festival di Monterey e di quella Summer of Love, un’estate d’amore, pace e libertà.
L’album si chiama Surrealistic Pillow, e le due canzoni di punta sono appunto la famosissima Somebody to Love, scritta da Grace insieme al cognato Darby Slick, e pensata originariamente per la band The Great Society, e la ancor più psichedelica e allucinata White Rabbit.

Se vi stavate domandando dove fosse nascosta la citazione letteraria adesso dovrebbe essere chiaro, perché il protagonista di White Rabbit è proprio quel Bianconiglio che accompagna Alice nel suo altrettanto caleidoscopico viaggio nel Paese delle Meraviglie, assillandola insistentemente con i suoi ripetuti «È tardi, è tardi!».
Grace Slick rivela che il brano fu scritto e composto ascoltando a ripetizione Sketches of Spain di Miles Davis, leggendo e rileggendo Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll e assumendo LSD.
Il Bianconiglio dei Jefferson vaga infatti in quel mondo fantastico scaturito più di un secolo prima (era il 1865) dalla mente di un reverendo eccentrico e molto creativo quale fu Lewis Carrol, ma è al tempo stesso un Bianconiglio immerso nel mondo contemporaneo, e i paesaggi delle sue avventure si trasformano in una allegoria dalle possibili interpretazioni.
Di sicuro l’escamotage di pescare dal repertorio di Alice nel Paese delle Meraviglie, consentì a White Rabbit di passare in radio incensurata nonostante le evidenti allusioni all’utilizzo di droghe e sostanze allucinogene considerate indispensabili all’espansione della mente e del cuore da parte di numerosi artisti e esponenti della controcultura degli anni Sessanta.
Va detto però che un significato ancor più criptico si insinua fra le note acide del brano dei Jefferson Airplane, un tono di forte critica nei confronti di una America già ai tempi profondamente segnata dalla guerra del Vietnam, ultimo conflitto che peraltro previde negli Stati Uniti il servizio militare obbligatorio.
Così forse il testo di White Rabbit assume un senso diverso, e lo fa proprio a partire da quel nonsenso che fece del romanzo di Carrol uno dei più significativi del genere fantastico; e allora la scelta di quella pillola che fa diventare Alice più grande o più piccola («One pill makes you larger, and one pill makes you small») diviene forse metafora di una decisione estrema, quella di arruolarsi, o di protestare; quel monito che ti ricorda che “se andrai a caccia di conigli, e sai che cadrai” («And if you go chasing rabbits, and you know you’re going to fall») ti ricorda anche di dire che “è stato il Brucaliffo, fumatore di narghilè, a darti la chiamata” («Tell ‘em a hookah-smoking Caterpillar has given you the call»), la chiamata alle armi di un governo ottuso e impassibile di fronte alla tragedia di quella guerra, come il Bruco infastidito dalle domande di una Alice interdetta e incompresa; e ancora “gli uomini sulla scacchiera che si alzano e ti dicono dove andare”, padroni della tua vita, e il Cavaliere Bianco che dovrebbe essere un consigliere e un salvatore, piuttosto “parla al contrario” («And the White Knight is talking backwards»), “la Regina Rossa che perde la testa”, “la logica e la proporzione cadute in rovina”.
E infine quell’ultimo avvertimento, cantato dalla voce calda da contralto di Grace Slick, in un crescendo fulminante: «Feed your head», nutri la tua testa, vivi e pensa liberamente.

 

When the men on the chessboard get up and tell you where to go

And you’ve just had some kind of mushroom, and your mind is moving low

Go ask Alice, I think she’ll know

 

When logic and proportion have fallen sloppy dead

And the white knight is talking backwards

And the Red Queen’s off with her head

Remember what the Dormouse said

Feed your head, feed your head

 

Se adesso vi fosse venuta un’incredibile voglia di astrarvi dalla realtà, vi suggeriamo di provare con The Woodstock Diaries per un assaggio di quell’atmosfera di rivoluzione culturale e sociale che investì il mondo a partire dagli anni Sessanta del Novecento.

Il docu-film del 1994, girato da Chris Hegedus, Erez Laufer, D. A. Pennebaker, ripercorre i tre giorni del festival musicale più straordinario del secolo, con interviste e riprese live delle più importanti esibizioni.
In particolare al termine della seconda puntata sono i Jefferson Airplane a salire sul palco di Woodstock, in un orario indefinibile fra la fine della notte e l’inizio del giorno, quando una Grace Slick vestita di bianco rassicurerà circa un milione di spettatori dicendo: «All right friends, you have seen the heavy groups, now you will see morning maniac music, believe me, yeah, it’s a new dawn! Morning peopleee!»

Se invece preferite approfondire il versante letterario vi suggeriamo l’intervista impossibile a Lewis Carrol interpretato in questa occasione dall’attore Paolo Poli, con la partecipazione del poeta e regista Nelo Risi nel ruolo dell’intervistatore, e dell’attrice Milena Vukotic nel ruolo di Alice.

Appuntamento al 3 giugno per la prossima puntata di Booknotes!

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