«Ogni editing è diverso». Intervista ad Antonella Lattanzi

Intervista ad Antonella Lattanzi, autrice di “Questo giorno che incombe”, in occasione dell’incontro di lunedì che inaugurerà librinudi, il nuovo ciclo del Laboratorio Formentini.

 

 

Come nascono i tuoi romanzi? Ti affidi all’ispirazione o segui un metodo?

I miei romanzi nascono da un’idea che mi gira in testa da molto tempo. Non mi è mai successo, appena dopo aver avuto un’idea, di mettermi a scrivere. Credo che, per provare a capire se l’idea è quella giusta, ci sia bisogno di un po’ di tempo. L’idea ti rimane dentro nel tempo? Resiste alle prove di tutte le sollecitazioni cui vieni sottoposto ogni giorno? Permane nel tuo universo emozionale, continua a raccontarti qualcosa? Ti interessa ancora? Ciò detto, anche se un’idea rimane con te per molto tempo, non è detto che poi sia l’idea giusta per un tuo romanzo. Se l’idea è giusta, ahimè, lo capisci davvero almeno dopo le prime cinquanta, sessanta pagine scritte.

Per scrivere seguo diversi percorsi a seconda del libro. Per Una storia nera Questo giorno che incombe, che contenevano in sé anche una sorta di noir nel primo caso e di thriller psicologico nel secondo, non potevo andare a istinto. Ho scritto prima i punti principali della trama, poi ho agito a livello sempre più microscopico, arrivando a scalettare tutto il romanzo e a segnare in diversi colori le diverse linee dei personaggi e della trama (il thriller, la storia d’amore, il perturbante, la psicosi del mio personaggio principale e così via) e a scrivermi una sorta di scheda per ogni personaggio. Solo dopo questo lunghissimo lavoro, e dopo un lavoro di ricerca – che faccio sempre – su ciò che volevo raccontare, ho iniziato finalmente a scrivere.

Per fortuna, però, la scrittura mi ha dato grandi sorprese. Non sempre la scaletta così come l’avevo pensata era giusta, o funzionava all’interno del carattere e della psicologia dei personaggi che stavo scrivendo. Quindi cancellavo la scaletta e riscalettavo intere parti del libro.
Inoltre, il personaggio della casa parlante non c’era in questo lavoro di pre-scrittura. È venuto fuori scrivendo, e mi ha appassionato moltissimo, mi ha dato grande gioia nella scrittura.

 

Quale ruolo ha giocato l’editing nel passaggio dall’idea iniziale al prodotto finale?

Un ruolo grandissimo. Senza l’editing con Carlo Carabba Questo giorno che incombe non sarebbe lo stesso. Io credo molto nell’editing. Dopo aver lavorato tantissimo, a tu per tu, per anni e anni, al tuo romanzo, tu stesso non sei più lucido. Il lavoro di scrittura ti spinge davvero a una solitudine molto profonda. Io vedo l’editing così: il romanzo come l’hai scritto tu è un palazzo con l’impalcatura. L’editor ti aiuta a riconoscere e rimuovere quell’impalcatura, e a consegnare ai lettori un edificio costruito al suo meglio, senza pesi, senza orpelli inutili.

Con Carlo, poi, abbiamo lavorato in sintonia. Volevamo la stessa cosa da questo libro, lui ha rispettato sia il mio modo di scrivere sia la mia idea di romanzo. Ma abbiamo avuto fortuna: perché il romanzo a cui stavamo lavorando piaceva – spero! – a entrambi. Abbiamo letto più volte tutto il romanzo ad alta voce. L’abbiamo smontato e rimontato. Non ci siamo fermati finché, per noi, non era giunto al suo meglio.

 

Quale intervento di Carabba ritieni sia stato maggiormente importante?

Cinquanta pagine che, alla prima lettura, mi ha consigliato di togliere. Tutte in blocco. Aveva ragione. E lo sguardo sul libro. Mi ha fatto capire delle cose che nemmeno io avevo capito, e quando ho fatto dei cambiamenti grazie a lui, sono convinta che abbiano sempre migliorato il libro.

 

Come è cambiato il processo di editing rispetto ai romanzi precedenti?

Ogni editing è diverso. Ma io mi sono sempre trovata molto bene coi miei editor: Rosella Postorino, il grande Severino Cesari, Linda Fava.

 

Come affronti il processo di editing?

Lo vivo come una gioia infinita. E con Carlo anche come un momento pieno di risate.

 

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