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Greatest Hits – Bart Moayaert: il Nobel per la letteratura per ragazzi a BookCity

Benvenuti su LaLaLab, questa è Greatest Hits, la rubrica del martedì attraverso cui riscoprirete tutto il meglio degli eventi che abbiamo ospitato in questi anni.

Lunedi 18 maggio sono stati annunciati i finalisti del Premio Andersen 2020, il più prestigioso riconoscimento italiano attribuito ai migliori libri per ragazzi dell’annata editoriale, ai loro autori, illustratori ed editori. A differenza di altri premi, la selezione del Premio Andersen non avviene tramite candidatura o bando, ma è espressione del lavoro quotidiano condotto dalla redazione della rivista mensile Andersen – che dal 1982 è punto di osservazione dell’intera produzione editoriale dedicata a bambini e ragazzi – affiancata da professionisti della filiera del libro.

Le categorie del premio sono: i migliori libri per fasce d’età (0/6 anni, 6/9 anni, 9/12 anni, oltre i 12 anni, oltre i 15 anni); il miglior albo illustrato; il miglior libro di divulgazione; il miglior libro fatto ad arte; il miglior libro senza parole; il miglior libro a fumetti; il miglior libro mai premiato.

Tra i libri finalisti per la categoria “oltre i 12 anni” anche Bianca di Bart Moeyaert (trad. di Laura Pignatti), edito da Sinnos. Il 15 settembre dello scorso anno, nell’ambito dell’ottava edizione di BookCity Milano, il Laboratorio ha avuto l’onore di inaugurare il tour italiano di Bart Moayaert (Astrid Lindgren Memorial Award 2019). A partire da Bianca, l’autore ha dialogato con Vera Salton, Laura Pignatti e Silvana Sola per riflettere sul valore della letteratura per bambini e ragazzi.

Riportiamo una parte dell’incontro, “Bart Moayaert: il Nobel per la letteratura per ragazzi a BookCity” (organizzato con il sostegno di Flanders Literature), che è possibile riguardare e riascoltare integralmente sulla nostra pagina Facebook a questo link.

Vera Salton: Nelle motivazioni dell’ALMA sono state usate delle parole bellissime: tra queste quelle che mi èpiaciuta di più è quando è stata finita la sua prosa luminosa. “Luminosa” può essere declinata in tantissimi modi. Una delle grandi costanti dei libri di Bart è che sono libri che stupiscono, ma di quella meraviglia che non è dei parchi di divertimento, ma del quotidiano. La meraviglia di raccontare la quotidianità dandogli il valore, rendendo speciale il qui e ora. […]
Qual è la chiave che scegli per raccontare qualcosa di assolutamente normale, per rendere aspetti quotidiani più intensi?

Bart: Ci sono scrittori che sono molto chiari, per esempio prendono un articolo di giornale dove leggono che una ragazza di 16 anni è morta, magari a causa dell’assunzione di droghe, e da questo articolo di giornale creano un libro e i lettori sono molto interessati e felici di leggere un libro del genere. Io purtroppo non sono uno scrittore del genere perché non riesco a rendere felici i lettori in questo modo.
Io al contrario sono molto vago. Preferisco raccontare un’azione che si svolge in 3-4 secondi: per esempio in questo caso mi immagino un tavolo bianco in una cucina completamente nuova, da una parte una ragazzina di 12 anni, dall’altra la madre in cattivo rapporto con la bambina. Io devo concentrarmi su quello che succede adesso, in questo lasso di tempo di 3-4 secondi. Qualcuno potrebbe chiedersi “ma perché proprio questo momento per iniziare, non ha niente di particolare, nessuna adrenalina” magari “è un inizio un po’ stupido”. Beh io potrei rispondere: “Aspetta, e vedrai”. E quindi questo è il modo in cui io trasporto il carattere e la personalità di Bianca: Bart lo scrittore piano piano sparisce e rimane l’essenza del personaggio.

V.: Tu hai fatto riferimento a una cosa, al tavolo bianco. L’altra grande particolarità della scrittura di Bart che ci aiuta a calarci perfettamente è una sorta di rapporto con la scena molto molto intenso. Voi entrate dentro nel libro e avete la descrizione del paesaggio che diventa anche una descrizione dei luoghi, che sono molto semplici ma hanno una particolarità: quella di raccogliere le dinamiche relazionali. E questo descrivere in maniera cosi attenta è anche quello che ci permette di calarci in uno spazio ristretto immediatamente dentro nella storia. Ed è bellissimo questo palleggio tra la descrizione degli oggetti e la stanza ecc. e tra le frasi che sono quasi delle stilettate improvvise rispetto ai sentimenti invece dei personaggi.

Laura Pignatti: La mia frequentazione di Bart inizia ventidue anni fa, quando ho tradotto il suo primo libro. Nel corso di questi ventidue anni ne ho tradotti sette, non sono tutti, ma gran parte dei suoi libri. E devo dire, da traduttore, che si è sempre felici di iniziare un lavoro e di occuparsi di un autore. Inutile dirlo: quando mi viene proposto un libro di Bart io sono particolarmente felice, perché avverto una certa sintonia e affinità con la sua scrittura molto asciutta. La scrittura di Bart dice molto in poco spazio e a mio avviso le parole che lui sceglie sono sempre molto significative e non potrebbero essere altre. Sembra banale dirlo, ma riesce a comunicare moltissimo con un linguaggio molto economico, molto preciso, molto chiaro. E in questo io mi riconosco. È un lavoro molto interessante e stimolante nella traduzione riuscire a non aggiungere nulla. Naturalmente quando uno intuisce che cosa l’autore voleva dire in un determinato passaggio, magari vorrebbe metterci quella parolina in più per farlo scorrere meglio in italiano o perché l’italiano è molto più barocco del fiammingo, per tanti motivi, e quindi il lavoro di traduzione di un libro di Bart consiste nel saper frenare la mano e nel saper togliere quello che potrebbe essere di troppo.
La mia domanda a Bart voleva essere questa: io vedo che nei suoi scritti è importante tanto lo scritto quanto il silenzio, tra un tema e l’altro, tra una frase e l’altra. Allora io ho pensato, e vorrei che Bart dicesse se ho pensato bene, che quel bianco tra le righe e quel silenzio siano una forma di rispetto da parte sua nei confronti del lettore, al quale lui non vuole dire tutto, ma al quale permette di continuare il pensiero tra di sé.

Bart: Non si tratta solo di rispetto ma anche di fiducia che ho io nei miei lettori. Se per esempio hai letto 3-4 pagine del mio libro e ci sei finito dentro, ti ci ritrovi proprio dentro il libro, automaticamente segui il ritmo, la musicalità delle parole, delle voci, delle ambientazioni.
Ci sono due motivi e proverò a spiegarli: essendo uno di sette figli, il più piccolo, spesso non ricevevo le stesse attenzioni che avevano gli altri e quindi io rimanevo in silenzio e ascoltavo. Anzi a un certo sapevo anche chi avrebbe parlato degli altri sei fratelli, soltanto osservando. E quindi imparo ad ascoltare, imparo a osservare, è anche un modo per riempire questi spazi bianchi nel libro.
E un altro momento è capitato quando avevo circa vent’anni, quando è stato pubblicato il mio primo libro. Ero a Bruxelles, non ero soddisfatto della mia vita, pensavo che il mondo fosse troppo grande per me e quello che mi dava fastidio era quando magari mi incontravo con qualcuno in un bar e mi veniva chiesto “Come stai?” E dovevi rispondere “Bene” e aggiungere del testo che non aveva niente a che fare con i miei sentimenti. Quindi ho pensato: perché alla domanda “Come stai?” non posso semplicemente rispondere: “Stanco”. Ma se uno risponde stanco, che va male, la gente subito non è interessata a sentire quello che hai da dire, perché probabilmente sarà qualcosa di negativo, quindi forse questo atteggiamento l’ho trasportato anche nel mio modo di scrivere, in cui semplicemente si dice quello che il lettore vuole sentire e lasciare dello spazio per far riempire quest’idea al lettore.

L.: Per questo motivo, forse, tante volte tu descrivi i pensieri dei tuoi personaggi, cioè ci sono naturalmente dialoghi e il discorso diretto, però io ho trovato che molte frazioni del libro sono pensieri e questi pensieri sono allo stesso modo molto suggestivi, evocativi; con brevissimo testo tu crei delle vere e proprie atmosfere.
E allora volevo darvi alcuni brevissimi esempi di questo genere di scrittura: vorrei leggervi in particolare il capitolo 32:

«A volte il groppo in gola è piccolo, a volte non c’è. Ogni tanto è gigantesco, ogni tanto è oggi».

Non ho contato le parole, sono poche, ma quanto c’è in queste parole, se ci si sofferma a pensarci?

Bart: Questa è la cosa più faticosa di tutte, perché se non c’è scritto niente su una pagina bianca, la pagina èveramente bianca, è vuota. E quindi deve avere un inizio, bisogna scrivere qualcosa per poter sapere poi cosa raccontare. Questo è proprio il caso del capitolo 32, dove all’inizio c’era scritto tanto di quel bla bla, proprio come nell’esempio del bar a Bruxelles, e poi alla fine quello che è rimasto sono proprio queste parole.

L.: Lui è allergico alla banalità, al superfluo. C’è un paragrafo bellissimo all’inizio del capitolo 22 in cui si capisce molto bene questo suo pensiero:

«Di certe persone ti stufi in fretta perché sono sempre uguali. Se non esistessero non ti mancherebbero. La mattina si alzano e di sera vanno a dormire, aprono le tende e vedono che piove. Sai già che diranno: “Piove” o forse a volte “E che faccio?” Non hanno segreti e non hanno hobby che non conosci».

Bart è molto attento alle parole che usa. In questo contesto volevo soffermarmi su due parole: una è “Bianca”. “Bianca” è il nome della protagonista e in italiano è diventato il nome del libro. “Bianca” è un colore, “Bianca” èun nome internazionale, per cui posso immaginare che sia uno dei motivi per cui Bart l’ha scelto. “Bianca” èappunto un colore, è “bianco”, è vuoto, è una pagina bianca da scrivere, è questo che tu avevi in mente nel chiamarla Bianca?

Bart: Sono contento di sapere che “bianca” ha questo significato, il colore bianco, in italiano. Tutti i nomi nei miei libri, per esempio anche la nuova fidanzata del papà di Bianca si chiama Cruz e per un po’ di tempo ho pensato che potesse essere il fidanzato del papà di Bianca, perché Cruz in spagnolo è un nome maschile. Se prendiamo per esempio i nomi dei due personaggi di questo libro: Bianca in olandese e fiammingo ha quasi un senso di negazione, di qualcosa di negativo e il fratello di Bianca, Alan, Alan è un bel nome, è un nome da bambino educato, è un nome moderno, quindi si vede già dai nomi la differenza di questi due personaggi nella storia.

L.: La seconda parola di cui vorrei parlarvi è “scusa”.  Il titolo originale del libro è Tegenwoordig heet iedereen Sorry (che significa più o meno “Oggi tutti si chiamano Scusa”). Quanto è importante per te la parola “scusa”? “Scusa” è importante saperlo dire, naturalmente sappiamo che Bianca impiega un pomeriggio intero, ma forse di più, per decidere di chiedere scusa per una cosa importante. Raccontami un po’ che cos’è per te “scusa”.

Bart: Preferivo non dirlo, ma visto che siamo qua ve lo dico: è un libro molto personale Bianca. Solo quando ho finito di scrivere il libro mi sono reso conto di aver trattato tematiche come quanto sia difficile lasciare andare, ho parlato di divorzio, ho parlato dell’essere visti e anche del non essere visti, però mi sono reso conto di aver trattato queste tematiche solo una volta concluso il libro. In questa vita moderna e veloce, dove il tempo si sussegue molto rapido, “scusa” è diventata quasi una parola senza più significato, lo diciamo troppo semplicemente a ogni occasione, e quasi un passpartout che mettiamo nelle nostre frasi. Ma questo è nella vita reale, mentre guardando i temi che ho appena citato che tratto nel libro la parola “scusa” implica che si accetta il fatto che si commettano errori e “scusa” di per sé non è abbastanza, ci vorrebbe molto di più, molte più parole per andare ad esempio incontro a un confronto dopo aver chiesto scusa o a cercare di impegnarsi a migliorare la situazione. Scusa quindi non è più abbastanza.

Domanda dal pubblico: Secondo lei si scrive di ragazzi o per ragazzi?

Bart: Il mio primo libro l’ho pubblicato quando avevo diciannove anni, ma ho scritto un libro anche a quattordici, quindici, sedici, ma mai ho pensato: “Ok, adesso inizio a scrivere un libro”. Quando questo libro èuscito gli adulti che l’hanno letto mi hanno detto: “Ah sei proprio uno scrittore di libri per bambini e giovani”. Quindi questi libri sono stati dedicati a bambini e giovani. Quando è uscito il secondo libro, mentre nel primo i giovani l’avevano trovato un libro bellissimo, fantastico, il secondo libro non venne cosi apprezzato dai giovani, ma bensì dagli adulti. I giovani dicevano: “Scrivi le tematiche del primo libro, scrivi dell’amore come nel primo libro”. Quindi a ventitré anni ho imparato la lezione: qualsiasi cosa faccia, è sempre sbagliata. E quindi il fatto di calarmi, in quei 3-4 secondi di cui vi parlavo prima, nella mente di un bambino fa sì che poi io scriva libri che vengono destinati a giovani e bambini. E penso che il successo dei libri sia dovuto al fatto che io sia sempre stato un bambino molto felice, che vivevo in quell’età della spensieratezza dove tutto era possibile, era possibile ricominciare da zero. Bisognerebbe fare un test: se si guarda un bambino, vediamo davanti a noi un bambino o un adolescente? È strano perché guardando una persona si vede tutto quello ha passato, tutta l’età dell’infanzia, dell’adolescenza, l’esperienza che ha fatto. E se invece guardo un adulto l’unica cosa che mi viene da pensare è: “Ah ecco un adulto, che ha già deciso tutto, pensa per sé”. E quindi questo lo trovo un po’ meno eccitante guardando un adulto.

Al termine dell’incontro, l’autore ha anche rivelato di aver scelto personalmente l’illustratore della copertina di Bianca e di averlo scoperto su Instagram: Edgar Jang è un illustratore coreano e sul suo profilo Instagram potete ammirare una selezione delle sue opere.

 Qui, invece, potete leggere l’articolo di Andersen su Bart Moeyaert e l’ALMA 2019.

 

 

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